scritti su Umberto

Il poeta ispirato continua a parlarci

Marino Pagano

14/12/2020

"Ma cos'è la poesia? È un dono fatto all'uomo che, con vecchie parole che si ritrovano si tutti i vocabolari, è capace di creare mondi nuovi". È cos'è, chi è un sindaco poeta? Dove va a finire, se finisce -e non finisce-, la proiezione dello sguardo del poeta, la traiettoria disarmante originata dalla parola? Se un poeta non muore, come vive, dove? Il poeta morto agli occhi ma amato e vivo nella carta e nella chiara potenza del suo verso gentile è il nostro Umberto, Umberto Kühtz. Così come sua è la citazione con cui abbiamo qui cominciato, parole datate dicembre 1997, quando il poeta, allora sindaco di Bitonto, inaugurò una mostra d'arte. L'attenzione alle cose, ai dettagli, agli sguardi degli umili. Un pensiero che dall'agitarsi tenue della parola stessa sapeva poi farsi quasi cosmico, sorta di poesia del particolare induttivo che spingeva l'animo sensibile ad una reazione dolcemente indignata, indicante anzitutto il pieno rispetto di un'umanità franta e sconfitta dalla storia. La pacata cura per le foglie, l'attaccamento agli alberi, il riconoscimento antico dei cascami agresti e dunque dei segni ultimi della civiltà contadina, ora vista lancinante nell'altrui amaro abbandono ora avvertita come ipotesi di palingenetica necessità per tutti. E poi un lirismo tanto afferrabile nella sua aperta dimensione fanciulla quanto mai banalmente compiaciuto, espressione di un'educazione ed un'antropologia premurose nella calibrata (ma mai vacuamente cerebrale) opzione empatica, frutto di approcci discreti ed essenziali nella propria riconoscibilità di senso. Ecco, tutto questo è stato per me il poeta ed artista Umberto Kühtz, uomo che ho conosciuto agli inizi della mia personale attenzione alle cose della città, in un momento difficile per le istituzioni della politica, la cui immagine in quegli anni, a livello nazionale, era ostaggio di pur 'ambientalmente' motivate diffidenza ed ostilità. E però a Bitonto, in una stagione 'impossibile' per una persona formatisi in ben altri contesti, i cittadini sapevano di poter contare su un uomo profondamente per bene, forgiato all'incrocio delle responsabilità e all'ammissione delle ragioni dell'altro nel nucleo di un'identità di galantuomo. L'uomo era sindaco e l'uomo era poeta. Egli ci parla ancora, fedele al suo delicato dire, agguantandoci l'anima.

Il passerotto di nome Smarrito

Silvana Kühtz

Erodoto108

29/06/2020

Quando mamma lo trovò sotto un albero era come sono i passerotti caduti dal nido e destinati a morte certa: una pallina di piume bianche da cui spunta un becco giallo – aperto e urlante per la fame – e una linguetta rosa che vibra in fondo.
Come succede quando si sta in campagna ciò che accade si accoglie con naturalezza, la vita è una splendida avventura di cose minute, e così fu subito trovato un cestino per tenere la bestiola che fu battezzata senza cerimonie: Smarrito, il nome più azzeccato che trovò mamma per lui (o lei).
Smarrito quindi cominciò a essere nutrito di fantasiose pappe di uovo fresco, pane, mosche, tutte ficcategli poi giù per la gola con un bastoncino sottile, perché la mamma va direttamente in fondo col becco, diceva mia madre a mio padre, ma non facciamoci illusioni. La sera sul cestino calava il buio di un panno e Smarrito dormiva lì finché non gli si restituiva il giorno.
Contro tutte le aspettative, Smarrito cominciò a crescere, a camminare, cioè zompettare, e le piume piano piano cominciarono a diventare vere e proprie penne, il corpo si trasformò e diventò un passerotto. Durante il pranzo stava sulla nostra tavola dove beccava le molliche, saltava nelle tasche di mamma che se lo portava in giro come se niente fosse, e quando rompeva le mandorle o i pinoli per fare i dolci lui aspettava pazientemente quelle rotte che sapeva sue.
Non volava però, e allora decisi di insegnarglielo. Posso dire di aver fatto da maestra di volo ad un passerotto, un vero privilegio. Gli facevo perdere l’equilibrio tenendolo sulla mano, prima a pochi centimetri dal pavimento e poi partivo da varie altezze, temerariamente incoraggiandolo. Lui apriva le ali in un moto automatico di ricerca dell’equilibrio, ma non sempre riusciva ad evitare le cadute. Ma insomma imparò, cominciò l’esplorazione del giardino, degli alberi, dello spazio. Mamma poi lo chiamava, batteva le mani e diceva: Smarritoooo, con un tono acuto e unico, e lui tornava, planava sulla spalla di mamma, o sulla testa di papà.
Una volta decisero anche di portarselo dietro al Policlinico dove era ricoverato mio nonno Luigi, e Smarrito si produsse in una serie di voli festosi andando dalle spalle dei miei alla sponda del letto del nonno. Fu grande festa.
Mano a mano che il tempo passava Smarrito prese più confidenza con la sua natura pennuta, mamma lo chiamava Smarritoooo e lui ci metteva sempre un po’ più di tempo per tornare da noi, certi giorni mamma entrava in ansia, non contenta finché non lo vedeva arrivare, facendo mille ipotesi catastrofiche. Qualche volta tornava solo per un saluto, mamma lo chiamava, lui le si avvicinava, cinguettava e poi tornava negli alberi.
E, come scrisse mio padre in un suo diario: dopo molto tempo Smarrito decise di lasciarci e con grande slancio riprese la sua libertà.

Architetti che disegnavano

Francesco P. Gismondi

La città del disincanto. Architettura e società dell'ultimo Novecento a Bari

30/03/2019

In tutte le grandi epoche creative, l’architettura nelle sue manifestazioni più alte è stata la madre sovrana di tutte le arti, ed è stata un’arte sociale», ha detto Walter Gropius. Sino ad ora abbiamo fatto un viaggio attraverso i disegni e le opere di chi ha praticato l’architettura percorrendola nei cambiamenti, chi ne ha interpretato la contemporaneità, chi l’ha vissuta con la logica esclusiva di un professionista visionario. Ma in alcuni casi il pensiero e la logica tipica dei pittori e dei poeti sembra essere predominante rispetto alla pratica progettista architettonico. La critica torna sempre a imbattersi nella dicotomia tra arte e architettura. Probabilmente per un architetto come Umberto Kühtz (1929-2016) non vi era confine tra le due discipline. Ogni atto creativo si calava in gesto d’arte che, partendo dall’osservazione del mondo circostante, dall’analisi del contesto sociale, si traduceva in disegno passando dalla poesia e approdando all’architettura. La sua visione di progettista, l’essere architetto, il concepire una città nuova, si fonde con l’essere impegnato socialmente nel mondo. Oscar Niemeyer, nel libro “Il mondo è ingiusto”, scrive: «Dunque la missione dell’architetto, molto spesso, non si realizza. È questo il motivo per cui ripeto che l’architettura non è importante ma è un pretesto: cioè l’architetto compie la sua funzione se prende coscienza di come trasformare la sua professione in atto politico» . Sembra che proprio questa sia stata la missione di Kühtz (sindaco di Bitonto dal 1994 al 1998) e si traduce nella visione di artista, pittore e poeta. Per Umberto Kühtz il disegno non è solo uno strumento di lavoro ma forma di conoscenza del mondo esteriore come del proprio mondo interiore. I luoghi fisici si affiancano ai luoghi inconsci perché come lui asseriva, oltre che un uomo, egli stesso era un luogo. «Mio padre – racconta Silvana Kühtz, era contento se alla fine della giornata aveva prodotto almeno un disegno ed una poesia. Dopo un disegno doveva quindi esserci una poesia a descriverne l’essenza. Ai numerosi disegni dei primi anni universitari seguono dipinti ad olio, tempere, acrilici, acquerelli, disegni a penna e a matita, carboncini, tecniche miste, sperimentazioni di grafica digitale, tutti realizzati su molteplici supporti. In questo percorso si arriva sino alle ultime composizioni: assemblaggi di foglie, realizzate negli ultimi giorni della sua vita, embrione di un progetto artistico rimasto incompiuto. Queste tecniche si declinano dai primi quaderni con i numerosi schizzi di studio dei monumenti romani e delle composizioni michelangiolesche sino ai disegni a penna dove, oltre all’architettura e agli appunti descrittivi dei materiali, compaiono frequenti studi degli apparati scultorei. I paesaggi dipinti su supporti rigidi rappresentano le tipiche atmosfere pugliesi con masserie e chiese rurali, realmente viste oppure frutto della fantasia e delle suggestioni. Col tempo, questi soggetti lasciano il posto a numerosi disegni di volti, schizzati su supporti vari, a volte su foglietti, quando l’architetto era al telefono, e conversava, mentre la sua mano partiva col disegno di un volto immaginario. Decine di volti. Una umanità. Non è un caso dunque, che la mostra dedicata nel 2016 a Kühtz sia intitolata “La gioia del Creato”. Sul piano puramente architettonico, il suo percorso parte dallo studio delle opere classiche, passando dal rilievo di chiese romaniche alla progettazione di scuole, alberghi, piani regolatori e approdando alla realizzazione della chiesa di San Giovanni Battista in via Giovanni Arcidiacono. L’ispirazione in questo progetto nasce dalle chiese romaniche, che lungamente aveva studiato, e dalla forma ad anfiteatro. «Impostai – racconta Kühtz – la progettazione della Chiesa di S. Giovanni Battista a Poggiofranco in questo modo: occorreva chiarire a me stesso quello che una chiesa non deve essere. A questo proposito mi organizzai con alcuni ragazzi della Parrocchia per visitare il più gran numero di chiese possibile, a partire dalle più antiche sino alle più recenti. (…) Individuando allora ciò che una Chiesa non deve essere, raggiunsi la forma che è stata realizzata. In realtà essa è il luogo di un’assemblea di Cristiani, come le assemblee che si verificavano ai tempi di Gesù in Palestina. È un raduno di folla (quasi un piccolo anfiteatro naturale) di fronte all’altare, alla figura del Cristo. I banchi sono predisposti in modo che ciascun fedele rivolga il suo sguardo all’altare che è posto ad un livello di poco superiore all’aula che accoglie i fedeli. Mi chiedo se il metodo di chiedersi quel che la nostra vita o singole azioni e comportamenti “non devono essere” possa aiutarci a rendere la nostra vita migliore ed essenziale». La storia delle tipologie ecclesiali diventa per Kühtz il linguaggio per esprimersi. La memoria dei tetti a capriata unita con la forma semicircolare dell’anfiteatro costituiscono i due elementi principali di questa chiesa. La pianta insiste su un arco di cerchio tracciato con una poligonale formata da setti verticali. Su ogni setto è presente una vetrata semicircolare da cui l’aula prende luce. La grande copertura è realizzata in legno lamellare come fosse la metà di una capriata che si imposta sulla grande trave trasversale posizionata sul diametro del semicerchio in pianta, e su cui si appoggia la seconda falda, che copre la zona presbiteriale. Nella copertura più piccola, inflessa verso l’aula liturgica, è presente un’apertura, in corrispondenza dell’altare, che ne esalta l’effetto centripeto derivante dall’insieme degli elementi architettonici. L’architetto ci ha lasciato numerosi scritti e appunti per progetti che avrebbe realizzato. Molti di essi sono testamenti morali alle nuove generazioni sulla formazione di un architetto, pensieri sull’arte e sulla critica. Tra questi vi è un manoscritto, datato 17 ottobre 1955 che spiega bene quale dovrebbe essere la genesi di un atto creativo. «L’opera d’arte – si legge – nasce da “amore” nel senso più totale, più assoluto. Vi è, poi, anche intelligenza piena, possesso completo. Solo in questo caso l’opera perde il carattere di occasionalità, di contingenza e diventa subito essenziale, necessaria. Allora l’opera diventa una “verità”, una “affermazione”. E non ha più senso parlare di forma e contenuto, se non nel significato di linguaggio, di semantica (nel senso più strettamente tecnico) per la forma, e di “umanità” per il contenuto. Dove la scissione, in ogni modo, è puramente discorsiva, a-posteriori».

Pittura “privata” e street-art per l’architetto Bitonto da Kühtz ad Andreco

Nicola Signorile

Gazzetta del Mezzogiorno

26/10/2016

Su una piattaforma meccanica sollevata, con pennelli e vernici, c’è Andreco. L’artista romano (ma vive tra Bologna e New York) - protagonista della scena internazionale della street-art - realizza in questi giorni un murale su una lunga, nuda parete alla periferia di Bitonto. L’opera fa parte di un più ampio progetto, intitolato “Climate” che ha già investito la scena urbana a Bologna e a Parigi. Nell’episodio bizantino, il murale in cui dominano ampie campiture d’azzurro - parla dell’acqua rimandando al Tiflis, il fiume che lambiva l’antico abitato di Bitonto, prosciugato da quella profonda trasformazione del paesaggio murgiano che fu l’istituzione del latifondo, con la scomparsa dei boschi per ricavare pascoli.
L’intervento di Andreco rientra nel fitto calendario di iniziative (incontri, laboratori, concerti) che ha accompagnato “La gioia del creato, rassegna d’arte per la società” dedicata all’architetto e pittore Umberto Kühtz, sindaco di Bitonto negli anni Novanta e recentemente scomparso. La mostra dei dipinti e dei disegni di Kühtz, curata dalla figlia Silvana e allestita nella sale del Torrione angioino, si concluderà sabato prossimo.
Potrebbe apparire incongruo l’accostamento di una delle espressioni fra le più pubbliche dell’arte figurativa - fino al punto di confondersi con la performance - quale è appunto al street-art con la rivelazione di una “passione segreta” per la pittura e il disegno, attività privata così come è stata vissuta da Umberto Kühtz, che ha firmato molte delle sue opere con lo pseudonimo di Joditz, quasi un alter ego. Può sembrare incongruo, ma non lo è se lo stesso architetto Kühtz iniziò ad interessarsi, negli ultimi anni, alla street-art, riconoscendo in essa una forte energia sociale: la possibilità di rispondere ad una domanda di condivisione dello spazio urbano che invece lasciano spesso inevasa l’architettura e l’urbanistica di oggi.
Non sfuggiva all’architetto Kühtz la difficoltà di pianificare il benessere dei cittadini, avendo egli stesso formato il piano regolatore di Bitonto prima ancora che di quella città diventasse il sindaco. E in certa misura la difficoltà dell’urbanistica intesa come disegno urbano trae origine da quel distacco dell’architettura dall’arte figurativa, che ha come trauma segnato la vicenda novecentesca in Italia. Nella spinta del mestiere dell’architetto verso la specialità tecnologica, un distacco percepito come esilio se non colpa da nascondere o da espiare. Ci sono architetti che hanno ciò nonostante continuato ad essere anche in pubblico pittori (come Franz Prati), altri che hanno quasi rinunciato al costruire per affermare un’architettura interamente realizzata nel disegno (pensiamo a Massimo Scolari). Ma questi sono casi estremi. Umberto Kühtz, consapevole dell’esodo dell’architettura, ha praticato la pittura in privato.
La prima uscita pubblica dei suoi dipinti avvenne solo una dozzina d’anni fa, con una mostra “a sorpresa” organizzata a Bari, nella galleria di Zina d’Innella. In quella occasione furono esposti ritratti e paesaggi insieme a disegni tecnici, schizzi e progetti di architetture realizzate: una chiesa, una scuola, un albergo. Con la rassegna odierna è il pittore Kühtz/Joditz che si affaccia al proscenio. Nella scelta - una selezione “sentimentale”, sottolinea Silvana Kühtz - prevalgono le figure, i volti e fra questi i numerosi autoritratti, nei quali non è difficile riconoscere la consuetudine dell’autore con le tendenze del realismo italiano del dopoguerra e della Nuova figurazione. Ora la postura sbieca di uno Sciltian, ora la pennellata larga di Carlo Levi, i volti intensi e calmi di Felice Caserati. A riprova della personalissima e segreta esperienza pittorica di Kühtz, basti il confronto con le contemporanee opere di Roberto De Robertis o di fratelli Spizzico (presenti nella collezione comunale bitontina) per rilevare l’autonomia dell’architetto dal circolo locale barese della pittura di professione.
Ci sono in mostra alcuni paesaggi urbani, dipinti ad olio su piccole tavolette, a testimoniare una accorata sensibilità per l’ambiente costruito. Una calda appartenenza, tutto il contrario del freddo sguardo sulla città cui ci ha abituato la pittura metafisica del secolo scorso. Sentiamo che l’architetto abbia voluto affidare al proprio alter ego il compito di tutelare quello stesso paesaggio che l’architetto è chiamato a trasformare in maniera irreversibile. Perché a Umberto Kühtz si addicono perfettamente le parole di Edoardo Persico in difesa dei razionalisti: “È chiaro che per fare dell’architettura e comunque dell’arte sono necessari personalità, emozione e lirismo”.

Umberto Kühtz, Joditz.

Francesco Paolo Del Re

Prefazione al catalogo/fanzine della mostra "La gioia del creato"

01/10/2016

Se il primo verso che lui stesso ha conservato è del 1949, è agli anni Cinquanta che si datano le prime, eleganti testimonianze della pittura di Umberto Kühtz. Ventenne colto e appassionato, guarda con interesse agli esempi illustri della pittura del secondo Ottocento e del primo Novecento, fino ai suoi contemporanei, prediligendo la descrizione di paesaggi minuti e di luminosi scorci cittadini e assecondando una vocazione ritrattistica felice. Vorrebbe dedicarsi interamente all’arte, ma le circostanze della vita glielo impediscono, deviando la sua abilità nel disegno verso l’architettura. Una duplicità che si esprime anche nella scelta della firma Joditz per identificarsi come pittore.
La pittura, tuttavia, è per Kühtz sempre necessaria e sarebbe sbagliato pensarla una pratica secondaria. Più della poesia, la pittura è vocazione originaria, istinto irrefrenabile. Dallo schizzo al margine del foglio, alla multiforme ricerca sul segno, alla ritrattistica fluviale e spirituale, fino ai quaderni dell’ultimo periodo, in cui si alternano disegni e poesie. Con gli anni, le sperimentazioni tecniche si accompagnano a una tavolozza coloratissima. La penna, il pastello, il pennello o il pennarello si vanno sciogliendo verso un tratto più fluido, istintivo, a volte persino gestuale, raggiungendo una semplicità bozzettistica, a volte caricaturale, quasi naïve.
La sua arte è inedita, inesplorata. Compagna quotidiana, la pittura per lui è un fatto privato e per questo Umberto Kühtz si è sempre sottratto a rendere pubblici i suoi lavori. L’unica mostra viene organizzata nel 2005 dalla figlia Silvana a sua insaputa, una sorpresa. È solo nell’ultimo periodo che Kühtz fa forse pace con il suo essere artista, avvertendo la necessità di rivedere, rinominare, sistemare il corpus delle sue opere, con l’obiettivo di esporle, di esporsi. Ad affiancarlo in questa fase di riconciliazione e in questa nuova progettualità, Biagio Lieti. Nonostante la sua scomparsa, il 10 gennaio 2016, l’artista Umberto Kühtz ha appena iniziato a parlare e, siamo certi, ha tante, tantissime cose da dire a chi avrà la pazienza di guardare e ascoltare.

Pittura, poesia e musica dedicati a Umberto Kuhtz Bitonto ricorda il suo sindaco artista

Enrica D’Acciò

La Gazzetta del Mezzogiorno

29/09/2016

Pittura, poesia ma anche musica e murales per rendere omaggio a “La gioia del creato”, la mostra del pittore e poeta Umberto Kühtz, architetto e sindaco di Bitonto, scomparso a gennaio di quest’anno. Da domenica 2 ottobre, e fino a fine mese, il torrione angioino di Bitonto ospiterà una selezione delle opere di Kühtz, realizzate fra gli anni ‘40 e l’estate del 2015, sperimentando diverse tecniche, materiali e supporti. Alla mostra, curata da Biagio Lieti, si affiancano una serie di appuntamenti per una rassegna d’arte ad alta vocazione sociale. La manifestazione sarà realizzata da “Poesia in Azione”, dell’associazione culturale “Leggo quando voglio” di Bari e Pigment Workroom. In occasione del vernissage, in programma domenica 2 ottobre, dalle 19.30, interverranno Michele Abbaticchio, sindaco di Bitonto, Nicola Pice, Pina Belli D’Elia, Silvana Kühtz, Biagio Lieti, Francesco Paolo Del Re e Nicola Signorile. Alle 20.30 sarà presentata un’intervista che Umberto Kühtz ha rilasciato a BitontoTV un mese prima della morte. Alle 21, “Tutto è luce quando il sole è tramontato”, il concerto di Pietro Verna, voce e chitarra, e Francesco Galizia, alla fisarmonica, su testi editi e inediti di Kühtz e cantautori italiani.
Domenica 9 ottobre, dal torrione angioino, parte la passeggiata dal centro alla periferia guidata dal poeta-paesologo Franco Arminio. Fra le tappe da non perdere, la sosta al museo archeologico della fondazione “De Palo Ungaro” per la mostra “Carte geografiche dei secoli XVI-XIX”, organizzata da Marino Pagano. La visita si chiude alle 19, al teatro Traetta con “Immergersi - CorpArte”, a cura dell’associazione culturale “Tina Clemente” con i ballerini della The Dance Valley che proporranno coreografie e danze ispirate alle opere in mostra.
Venerdì 14 ottobre, alle 19.30, al torrione angioino, ancora musica e parole per il concerto di Andrea Gargiulo, Annamaria Cappiello e Silvana Kühtz. Sabato 29, Mario Nardulli di Pigment Workroom propone un laboratorio di arte di strada per la realizzazione di un murales in piazza Unità d’Italia, nel cuore della periferia della città. Al laboratorio, che è pensato come un esperimento di riqualificazione urbana e integrazione sociale, potranno partecipare residenti e non del quartiere. I risultati artistici e di cittadinanza attiva saranno discussi in serata, alle 19, sempre al torrione, nel corso della tavola rotonda a tema “Sverniciatura, Umberto Kühtz e la visione ulteriore di bellezza: politica e beni culturali” a cui parteciperà anche Giuliano Maroccini. Si chiude alle 21 con il concerto di “Oh Petroleum in solo”. La mostra “La gioia del creato” sarà visitabile ad ingresso gratuito tutti i giorni, da lunedì a sabato, dalle 10 alle 13 e dalle 16 alle 21. La domenica è garantita solo l’apertura pomeridiana.

Tre stanze per Jodiz-UK

Biagio Lieti

testo introduttivo alla mostra "Tre stanze per Joditz-UK"

05/08/2016

Jodiz o Joditz è la sigla che Umberto Kühtz utilizza quasi sempre per firmare le sue opere. Due sillabe che scavano nell’origine, nella ricerca della tabula rasa dell’infanzia. Joditz è infatti il villaggio tedesco che dà i natali al padre di Umberto. I dipinti e i disegni di Umberto attestano la loro compiutezza richiamando un luogo. È sull’urgenza di questa ricerca che la mostra “Tre stanze per Jodiz-Uk”, con una selezione di opere sui temi del paesaggio e del ritratto, cerca di delineare un percorso spirituale verso l’origine - o le origini - a partire dai luoghi. Le opere in mostra appartengono a una produzione che va dal 1950 ai primi giorni del 2016: oltre sessant’anni di vita, di una ricerca frenetica dettata da continui tentativi, interazioni poetiche, sperimentazioni di supporti e tecniche.

I versi sono la voce della vita

Barbara Cusumano

Nella nostra comunità, periodico della Parrocchia San Marcello di Bari

29/03/2015

In attesa della “Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore” (23 aprile) celebrata ovunque con gli obiettivi di stimolare grandi e piccini a scoprire il piacere della lettura e di valorizzare il contributo che gli autori offrono al progresso culturale e sociale dell’umanità, Sabato 11 Aprile alle ore 18.00 La Biblioteca di Stefano (che ha sede nella Parrocchia di San Marcello, a Bari) con i suoi volontari, vi invita ad un incontro ravvicinato con l’autore Umberto Kühtz e la sua poesia. Un appuntamento che si preannuncia molto interessante anche grazie al supporto e alla complicità della poetessa Silvana Kühtz (figlia di Umberto), agli interventi ricercati della cantante Marianna Campanile (specialista di ballate antiche e tradizionali) e alla probabile presenza dell’amico e poeta salentino Piero Sansò, tutti membri di Poesia in Azione. Unica condizione richiesta: lasciatevi trasportare … dai versi, dalle sensazioni e dalle vibrazioni che la poesia liberata dal testo scritto saprà regalarvi. Umberto Kühtz, nato a Padova nel 1929, ma di origini italo-tedesche e bitontino di adozione, ha lavorato come architetto curando numerosi restauri di centri storici e chiese, è sua anche la progettazione della chiesa di Bari San Giovanni Battista (a Poggiofranco). È stato sindaco di Bitonto (dal ‘94 al ‘98), ma è anche pittore versatile e poeta sapiente, delicato e di grande sensibilità. Ama le poesie di David Maria Turoldo ed Alda Merini. Il primo verso che conserva lo scrive all’età di vent’anni, ma da sempre è stato ispirato ed “affascinato dal mondo e dalla natura che lo circonda”. La sua poesia è una dichiarazione d’amore per il creato e la sua bellezza; i suoi versi sono impregnati di paesaggi e di vita quotidiana, di ricordi, riflessioni, passeggiate, fede ed offrono pillole di saggezza e spunti di riflessione per chi è alla ricerca della gioia interiore. “Sapere che la gioia esiste fa bene a tutti” scrive Umberto Kühtz.
“Ci bastava la carezza” è il suo primo libro di versi e disegni, presenta “ardite operazioni grafiche”, attraenti e giocose immagini create con il testo poetico stesso. Inaugura la nuovissima collana POESIA IN AZIONE, ispirata all’omonimo progetto ideato nel 2005 da Silvana Kühtz (direttrice di collana), per favorire la promozione e la diffusione della lettura in tutte le sue forme e rendere la poesia familiare e fruibile da tutti con facilità, “per seminare poesia ovunque” anche nei luoghi più insoliti. Come dice Silvana “I libri di questa collana vanno toccati rigirati guardati annusati, è per questo che non ci sarà solo parola scritta tout court nel corso della vita editoriale di questa collana e che si faranno vari esperimenti di intreccio fra le arti”. Ma la Kühtz è coinvolta anche nel progetto My Revolution - azioni responsabili, e con orgoglio sottolinea che questa collana e quella di tascabili I SEMI, sono “ad emissioni compensate”. Che significa? Che abbiamo fatto calcolare da esperti le emissioni inquinanti necessarie per stampare i libri e le abbiamo neutralizzate piantando alberi attraverso un progetto nazionale di forestazione urbana Rete Clima grazie allo sponsor, azienda di informatica applicata la Do - it di Torino”. L’editore che ha creduto in questi progetti è Peppino Piacente di SECOP (casa editrice di Corato).
Parafrasando il poeta tarantino Andrea Bitonto, Silvana Kühtz è un “tornado di energia”. Insegna nell’Università della Basilicata una materia insolita e stimolante “Linguaggi, futuro e possibilità” e conduce seminari sui temi dell’ecologia, del linguaggio e della creatività. È vincitrice del premio Alfonso Gatto, ha conquistato il titolo di “poeta laureato” e con Poesia in Azione raccoglie gruppi di persone e poeti che si dedicano alla poesia con modalità di fruizione innovative, convinti che “La poesia è una musica, non può essere lasciata sulla pagina-spartito. Ha bisogno di prendere aria e materialità”. Su questa scia sono nate varie iniziative. Crossings incroci intrecci percorsi di musica e parola, un programma radiofonico (su web radio; tutte le puntate sono caricate sul sito www.poesiainazione.it), che spazia dalla musica ricercata ad interviste e letture evocative di poesia e non, con la complicità di ospiti di spessore.
Clessidra, letture rizomatiche senza pubblico, un gioco sociale (adatto anche ai bambini) con precise regole, in cui ognuno deve portare qualcosa (lettura, testo, video, foto) da condividere entro un tempo massimo scandito da clessidra e campanello, definito da una sorta di pic nic letterario (e che la Biblioteca di Stefano ha ospitato lo scorso luglio 2014 come forse qualcuno ricorderà). Poetry Slam gara poetica tra poeti in cui ciascuno dei partecipanti (da 6 a 10) per tre minuti legge davanti ad una giuria popolare e viene giudicato anche in base alla sua performance. Concerti sensoriali, serate a tema (es. Il ciclo dei sensi, la ballata dei desideri, il ciclo degli elementi) “in cui musica e parola si fondono e dialogano sullo stesso piano e dove il pubblico viene coinvolto attivamente e con giochi sensoriali a partecipare, giocare, sperimentare, inventare”. Corsi e laboratori di lettura espressiva.
Per concludere con le parole di Silvana “La poesia è per tutti e può essere in azione (...) può essere un ingrediente trasformante fondamentale nella nostra vita di tutti i giorni (...) Parole e idee possono cambiare il mondo.”

Chiesa di San Giovanni Battista

Nicola Signorile

Occhi sulla città - di Nicola Signorile

01/01/2004

Le chiese moderne sono brutte, fredde e povere. Sembrano uffici dell’anagrafe. Questo è il giudizio medio. Naturalmente molte chiese, considerate come oggetto architettonico, brutte lo sono davvero, ma la repulsione non discerne e coinvolge la totalità dell’edilizia sacra contemporanea e quindi anche quelle costruzioni che invece possiedono qualche pregio. “L’immaginario religioso tradizionale - dice lo psicologo dell’arte Rudolf Arnheim - tende a essere figurativo.” E in ciò esso e coerente con “l’avversione popolare per l’arte moderna”, quell’atteggiamento di rifiuto che per esempio, come racconta William S. RUbin, alimentò nei primi anni Quaranta le durissime proteste contro la chiesa di Nôtre Dame de Toute Grace a Assy, benché quella fosse senz’altro un’opera d’arte.
E tuttavia una spinta decisiva all’architettura sacra contemporanea è venuta dal clima di rinnovamento innescato dal Concilio Vaticano Secondo. Ricostruendo le vicende dell’edificazione della chiesa di Santa Maria delle Vittorie, a Carrassi, ricordavamo come quell’opera dell’architetto Vito Sangirardi fosse una delle prime chiese costruite a Bari secondo i criteri “postconciliari”. Non si tratta di generiche indicazioni culturali o teologiche, ma di precise norme di tipologia, alle quali tutti i progettisti dovrebbero attenersi. Il condizionale è d’obbligo perché qualche chiesa di nuova costruzione , anche a Bari è sfuggita ai vincoli contenuti nella nota pastorale della Commissione episcopale per la liturgia. Come per esempio la parrocchia di Santa RIta, a Carbonara, progettata dall’architetto Ottavio Di Blasi.
Al contrario, esemplare del senso della chiesa postconciliare è la parrocchia di San Giovanni Battista, a Poggiofranco. Il tempio è stato consacrato l’11 febbraio 1992, ma la chiesa era nata in realtà trent’anni prima, in un ambiente (anonima costruzione del Genio civile) che oggi è destinato a sala parrocchiale. Era quella l’epoca in cui il rione Poggiofranco cominciava appena a prendere forma e furono proprio gli Amoruso Manzari, famiglia di costruttori e proprietari fondiari, a donare il suolo alla Curia. All’edificio attuale si giunge dunque più tardi, quando finalmente il parroco, don Antonio De Vincentis, affronta un suo parrocchiano, l’architetto Umberto Kühtz e gli chiede se vuol progettare la nuova chiesa. Non ci fu un concorso, ma un incarico diretto. “Però ci furono lunghe e numerose riunioni - ricorda don Antonio - prima di arrivare al progetto.” L’architetto Kühtz si incontrava spesso con un folto gruppo di parrocchiani, soprattutto giovani, studenti di Architettura, Ingegneria, Lettere, e già quest’attività di consultazione è uno dei cardini della nota pastorale della Cei sulla Progettazione di nuove chiese, pubblicata il 31 marzo del 1993. Dunque il progetto di Kühtz anticipa di poco la normativa episcopale che intende l’edificio come “rappresentazione dell’assemblea ecclesiale”. E infatti la pianta della chiesa è costituita da un ampio semicerchio in cui i banchi sono disposti a emiciclo, e da un secondo semicerchio, più piccolo e opposto al primo sulla medesima diagonale, che costituisce il presbiterio. Sulla linea della diagonale corre una grande trave reticolare di legno lamellare che fuoriesce all’esterno del corpo di fabbrica, dal lato di via Arcidiacono Giovanni, e sorregge il minuscolo campanile. Su questa trave poggia il tetto spiovente anch’esso di legno.
L’effetto della volta è quello delle antiche coperture a capriata delle chiese romaniche, oppure di una gigantesca Stube dolomitica (a questa suggestione partecipa anche la scultura lignea raffigurante una Madonna col Bambini, realizzata dagli artigiani di Ortisei). Comunque il legno produce un’atmosfera calda, accogliente, cui contribuiscono la pietra calcarea tranese usata per il pavimento e il tufo a vista adottato per le pareti di tamponamento. C’è poco cemento armato (8 pilastri multipli), ma quel che c’è, è a vista. Anzi, pare che l’architetto Kühtz abbia rimproverato il suo parroco per la recente tinteggiatura del cemento a vista esterno.
Non è una bizzarria d’architetto. Qui la scelta di materiali è governata da un criterio di naturalità e di genuinità. Un criterio che è fondativo del Movimento Moderno (l’austriaco Adolf Loos propugnava alla fine dell’Ottocento la Materialgerechtigkeit e combatteva ogni mistificazione e decorazione imitativa). Ora questo principio è esplicitamente invocato dalla nota episcopale che prescrive “autenticità delle forme, dei materiali e della destinazione”, come criterio di “verità e di coerenza estetica”. Nell’uso di nuovi materiali invece si raccomanda cautela, ma per una ragione di economia: solo i materiali tradizionali e sperimentati consentono una certezza dei tempi e dei modi della manutenzione.
L’altare, ancorché unico e facilmente raggiungibile, non è “praticabile tutto all’intorno”, come vuole la norma postconciliare, nè l’ambone ha le dimensioni di una tribuna fissa “nobile ed elevata” capace di “far riecheggiare la Parola anche quando non c’è nessuno che la sta proclamando”, ma almeno, scolpito in pietra, è già sufficiente perché “un leggio qualunque - scrivono i vescovi - non basta”. Al fonte battesimale - correttamente avvicinato al presbiterio - è attribuita qui anche la funzione di acquasantiera. Insomma, qualche dissonanza rispetto al modello episcopale c’è, ma la chiesa di San Giovanni Battista si riscatta con l’atrio, anzi il pronao (per usare un termine caro a don Antonio) che “rappresenta l’accoglienza materna della Chiesa”, ma svolge anche una funzione di tramite e di filtro (non di barriera) nel rapporto con il contesto urbano”.